mercoledì 21 maggio 2025

La Grotta Gigante, nel ventre della Terra

 

Il capitolo: Grotta Gigante – Nel ventre della Terra, dove scorrevano i fiumi antichi





L’acqua, con la sua forza paziente e inarrestabile, ha plasmato nel corso dei millenni paesaggi incantati, scavato gole e vallate, generato vita. Ma c’è un luogo dove il suo passaggio non si manifesta con la corsa di torrenti o l’abbraccio placido dei laghi: è nel cuore del Carso triestino che l’acqua ha lasciato le sue tracce più straordinarie, scolpendo nel buio una cattedrale di roccia e silenzio. Parliamo della Grotta Gigante, una delle meraviglie geologiche più affascinanti d’Europa, simbolo della forza carsica e dell’intimo legame tra natura e storia.

GROTTA GIGANTE

Dalle profondità del tempo alla luce del presente

La genesi della Grotta Gigante ci riporta indietro a un’epoca in cui l’attuale Altipiano carsico era ancora sommerso dagli antichi mari tropicali. Tra 120 e 40 milioni di anni fa, la lenta deposizione di gusci, conchiglie e scheletri calcarei diede origine alle rocce carbonatiche che costituiscono oggi l’impalcatura del Carso. A seguito dell’orogenesi avvenuta durante il Miocene (circa 20 milioni di anni fa), il fondale marino emerse, rivelando la nuda roccia calcarea, modellata nei secoli da pioggia, vento e corsi d’acqua superficiali.

Fu proprio l’acqua a scolpire questo straordinario mondo ipogeo. I fiumi, scomparsi dalla superficie, iniziarono a scorrere nel sottosuolo attraverso le fratture della roccia, ampliandole e creando una rete di cunicoli e cavità. Tra i 10 e i 4 milioni di anni fa, nel profondo del Carso, l’antico corso di un fiume sotterraneo scavò pazientemente la Grotta Gigante, abbandonandola poi in cerca di vie più profonde. Da allora, la grotta ha continuato a mutare, plasmata da crolli e colate, fino a raggiungere la stupefacente forma attuale.

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Un colosso sotterraneo: numeri da Guinness

La Grotta Gigante porta benissimo il suo nome. Inserita nel Guinness dei Primati nel 1995, è la sala naturale visitabile più grande al mondo, un unico vano alto 114 metri, lungo 280 metri e largo oltre 76 metri. Con un volume stimato di 365.000 metri cubi, ospita spettacolari formazioni calcaree: stalattiti che pendono come organi gotici dalla volta e stalagmiti che si elevano come colonne d’alabastro.

Ogni visita alla Grotta è un viaggio attraverso il tempo geologico, ma anche attraverso le storie e le passioni umane che si sono avventurate nel suo grembo oscuro, alla ricerca di conoscenza, risposte e meraviglia.

Tracce di umanità: dal Neolitico all’Età moderna

Sebbene l’immensità della Grande Caverna fosse inaccessibile senza tecniche moderne, il sito della Grotta fu conosciuto e frequentato in epoche remote. Gli scavi presso l’ingresso Alto, oggi uscita turistica, hanno riportato alla luce reperti risalenti al Neolitico (VIII millennio a.C.), segno di una frequentazione saltuaria dell’area fino all’età moderna.

Ma è nel XIX secolo che comincia la storia documentata delle esplorazioni.

Pionieri dell’oscurità: la sfida degli esploratori

Nel 1840, l’ingegnere Anton Frederick Lindner fu il primo a calarsi, con coraggio e una corda, nel baratro della Grotta Gigante, sperando di intercettare le acque sotterranee del fiume Timavo, nel tentativo di risolvere l’annosa crisi idrica che affliggeva Trieste. La sua fu un’impresa eroica, benché non coronata dal successo.

Negli anni successivi, altri esploratori si cimentarono nella discesa, tra cui Giovanni Sigon, ispettore dei vigili del fuoco triestini, e diversi ingegneri al lavoro sulla linea ferroviaria Trieste-Vienna. Fu solo con l’attività sistematica del Club Touristi Triestini, a partire dal 1890, che si arrivò a un’esplorazione organica e documentata della grotta.

Nel 1897, lo speleologo Giovanni Andrea Perko realizzò il primo rilievo completo e pubblicò importanti osservazioni archeologiche. Divenne in seguito direttore delle Grotte di Postumia, che a quel tempo appartenevano all’Impero Austro-Ungarico.

Dalla scoperta alla fruizione turistica

Il fascino della Grotta Gigante cominciò presto ad attrarre non solo studiosi ma anche curiosi e appassionati. Nel 1905, con la scoperta di un terzo ingresso, si decise di rendere la grotta accessibile al grande pubblico. Il 5 luglio 1908, la Grotta fu inaugurata ufficialmente come sito turistico: un evento memorabile, illuminato da migliaia di candele, lampade ad acetilene e un gigantesco lampadario con 100 fiamme.

La musica della banda cittadina che eseguiva Wagner accompagnò i primi visitatori in un’atmosfera onirica, tra le ombre e le luci proiettate sulle concrezioni millenarie.

Le vicende del Novecento: tra guerre, confini e rinascita

Il Novecento segnò per la Grotta Gigante momenti di crisi e rinascita. Dopo la Prima Guerra Mondiale, nel 1922, la proprietà passò alla Società Alpina delle Giulie, sezione triestina del Club Alpino Italiano. Con essa, la Commissione Grotte “Eugenio Boegan” assunse un ruolo centrale nella gestione, tutela e valorizzazione del sito.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la perdita delle Grotte di Postumia, passate alla Jugoslavia, spinse la Commissione Boegan a concentrare tutti gli sforzi sulla Grotta Gigante, rendendola uno dei poli speleologici e turistici più importanti del Nordest.

Nel 1957, fu installato il primo impianto elettrico permanente, che offrì una nuova visione del sito e aumentò la sicurezza e l’attrattiva per i visitatori.

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Un nuovo sentiero per un nuovo pubblico

Un progetto ambizioso prese forma nel 1970, con l’idea di creare un percorso di risalita lungo la parete opposta a quella della discesa turistica. I lavori, completati tra il 1991 e il 1996, grazie al sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, permisero un accesso moderno e suggestivo, ripercorrendo simbolicamente il tragitto del primo esploratore Lindner.

Oggi, la Grotta Gigante è visitabile tutto l’anno e continua ad attrarre decine di migliaia di visitatori, offrendo percorsi guidati, esperienze didattiche e una dimensione scientifica d’eccellenza.

Grotta Gigante

Didattica e ricerca nel cuore del Carso

Oltre all’esperienza turistica, la Grotta ospita un Museo scientifico e speleologico, dedicato allo studio delle formazioni calcaree, delle maree terrestri e del territorio carsico. Un luogo dove l’acqua, pur invisibile, continua a essere protagonista attraverso esperimenti geofisici e modelli educativi.

All’interno della grotta si trova un centro di rilevamento sismico e geodetico tra i più avanzati in Europa. Qui, si monitorano le oscillazioni della crosta terrestre e si studia l’effetto delle maree telluriche, a dimostrazione del fatto che anche nel profondo della Terra si possono ascoltare i battiti del nostro pianeta.

Un’eredità che guarda al futuro

La Grotta Gigante non è solo un monumento naturale: è un luogo dove passato e futuro si incontrano, un punto di riferimento per chi cerca, nella roccia, la testimonianza del tempo. È un esempio di come la scienza, la cultura e il turismo possano dialogare con armonia, valorizzando il patrimonio naturale e storico di un territorio unico come il Carso.

La sua storia è una storia d’acqua, pietra e coraggio umano. È una narrazione incisa nelle pareti di calcare e nelle stalattiti, nei passi silenziosi degli esploratori e nello stupore degli studenti in visita. È, infine, un invito a scendere nella terra per risalire con occhi nuovi, consapevoli che anche nelle viscere più oscure si cela la bellezza più luminosa.








La Risiera di San Sabba – Memoria della Shoah italiana


Capitolo: La Risiera di San Sabba – Memoria della Shoah italiana





Nel cuore del rione periferico di San Sabba, a Trieste, sorge un edificio che trattiene nelle sue pietre il silenzioso dolore di migliaia di vite spezzate. Oggi Monumento Nazionale e museo della memoria, la Risiera di San Sabba fu l’unico campo di concentramento nazista con forno crematorio attivo sul suolo italiano. La sua storia attraversa l’intero Novecento e riflette le molteplici fratture di un secolo dominato da guerre, totalitarismi e violenze di massa. Luogo d’acqua e pietra, come le vie carsiche e fluviali del nostro progetto, ma anche luogo di fuoco, di fumo e d’annientamento, la Risiera si è trasformata – nel tempo – da opificio a lager, da rovina a simbolo.

Le origini: un opificio per il riso

La storia della Risiera inizia in un’epoca di tutt’altra natura. Tra il 1898 e il 1913, l’Austria-Ungheria favorì la costruzione a Trieste, allora grande porto dell’Impero, di uno stabilimento industriale per la lavorazione del riso. Il complesso si sviluppava su più corpi di fabbrica disposti attorno a un ampio cortile. L'attività della Risiera proseguì fino ai primi anni Trenta, quando – tra il 1927 e il 1934 – la produzione cessò definitivamente. Negli anni successivi, l'ex opificio fu parzialmente riutilizzato come magazzino militare dal Regio Esercito italiano e, successivamente, trasformato in caserma.

Ma fu l’anno 1943, con l’occupazione tedesca dell’Italia dopo l’8 settembre, a segnare l’inizio del suo ruolo più sinistro.

La Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico e la trasformazione in Lager

Dopo l’armistizio, Adolf Hitler ordinò la creazione di due zone d’operazione militare direttamente sotto il controllo del Terzo Reich. Una di queste fu la Operationszone Adriatisches Küstenland, comprendente Trieste, Gorizia, l’Istria, la Dalmazia e parte del Friuli. In questa regione, la sovranità italiana venne completamente sospesa. Al suo posto si insediò un dominio tedesco diretto, con autorità militari e commissari civili.

Nel contesto di questa nuova amministrazione, i nazisti trasformarono la Risiera di San Sabba in un Polizeihaftlager, un campo di detenzione e polizia sul modello del sistema concentrazionario nazista. Dal 1943 al 1945, la Risiera assolse tre funzioni principali:

  1. Eliminazione fisica di prigionieri politici, partigiani, civili sloveni, croati e italiani considerati “sovversivi”;
  2. Smistamento di ebrei e oppositori politici verso altri lager in Germania e Polonia (tra cui Auschwitz e Dachau);
  3. Raccolta e stoccaggio di beni razziati durante le operazioni di repressione nella Zona d’Operazioni.

È in questo periodo che viene installato un forno crematorio nel corpo centrale della fabbrica. Le esecuzioni avvenivano nel cortile o nelle celle. I corpi, spesso ancora in vita, venivano poi bruciati per occultare le tracce. Le cifre precise sono impossibili da stabilire, ma si stimano migliaia di deportati, centinaia di vittime arse nel forno, un numero imprecisato di morti per maltrattamenti e torture.

Dopo la Liberazione: l’oblio, poi la memoria

Con la liberazione di Trieste il 1° maggio 1945, la Risiera cessò la sua funzione di campo di sterminio. Ma l’edificio non divenne subito luogo della memoria. Anzi, nei primi anni del dopoguerra fu riutilizzato come campo profughi, accogliendo migliaia di persone in fuga dai paesi oltre la Cortina di Ferro, compresi molti esuli istriani, dalmati e fiumani. Questa seconda vita della Risiera proseguì fino agli anni Sessanta.

Il riconoscimento della Risiera come sito della memoria fu lento e controverso. Solo nel 1965, su proposta del sindaco Mario Franzil, il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat firmò il decreto che dichiarava la Risiera di San Sabba Monumento Nazionale, unico caso in Italia di un lager riconosciuto come tale. Fu un atto di grande rilevanza storica e simbolica, anche se ancora limitato all'area del cortile, delle celle e del forno crematorio (che nel frattempo era stato distrutto dai nazisti in fuga).

Visita – Risiera di San Sabba

Il Memoriale: la trasformazione architettonica

Tra il 1962 e il 1975 si sviluppò un intenso dibattito sul futuro della Risiera, culminato con la realizzazione del memoriale progettato dall’architetto triestino Romano Boico. La sua visione era chiara: trasformare un luogo del terrore in un monumento al silenzio, alla meditazione e alla verità. Non una ricostruzione, ma un’evocazione.

Boico creò spazi essenziali, privi di retorica, nei quali la materia stessa – il cemento, la pietra, il vuoto – diventava parte del linguaggio della memoria. Fu allestita la Sala delle Croci, dove venivano radunati i deportati prima del viaggio verso la morte; le microcelle, piccole stanze in cui venivano rinchiusi i condannati; la Sala delle Commemorazioni, con il gruppo scultoreo I Martiri di Marcello Mascherini, e infine un percorso museale per raccontare la storia della Risiera.

Il complesso venne inaugurato nel 1975 come Civico Museo della Risiera di San Sabba – Monumento Nazionale, e da allora è parte integrante della rete dei luoghi della Shoah europea.

Il processo del 1976: giustizia negata?

Nel 1976, dopo decenni di silenzi e omissioni, si aprì a Trieste il processo per i crimini della Risiera. I principali imputati furono due ufficiali delle SS: August Dietrich Allers (morto durante l’iter giudiziario) e Josef Oberhauser, unico condannato all’ergastolo in contumacia. Ma Oberhauser non scontò mai la pena: la Germania non lo estradò, in base a un trattato bilaterale risalente al 1942. Il processo fu dunque un’occasione parzialmente mancata: importante sul piano simbolico e storico, ma privo di reale giustizia.

Il presente: memoria e conoscenza

Oggi, la Risiera di San Sabba è un luogo della memoria visitato ogni anno da migliaia di persone, studenti, storici, cittadini italiani e stranieri. Dal 2016, il museo è stato rinnovato con nuovi allestimenti. Mostre temporanee, come Le sfide della memoria, ripercorrono la genesi del monumento e l'opera di artisti come Mascherini e Boico, interrogando il presente su come si trasmette la memoria.

La Risiera non è solo un monumento. È un ponte tra passato e futuro, un punto fermo nella complessa storia della nostra regione di confine, crocevia di lingue, culture, tensioni e dolori. Rientra a pieno titolo nel progetto "Sulle Vie dell’Acqua, tra Pietre e Fiumi – Storie del ’900": perché anche qui, tra mattoni anneriti e silenzi di cortile, scorrono fiumi di memoria. E come l’acqua, la memoria può scavare nella roccia, modellare i paesaggi interiori, trasformare il dolore in consapevolezza.

Fonti e riferimenti

  • Archivio della Risiera di San Sabba
  • Museo Civico di Trieste
  • Decreto del Presidente della Repubblica n.510/1965
  • Documentazione storica delle Zone d’Operazione tedesche
  • Testimonianze al processo del 1976

 Risiera di San Sabba – Comune di Trieste

 LA VISITA PROMOSSA DAL GRUPPO ERMADA ALLA RISIERA DI SAN SABBA










Il Silenzio della Pietra: La Foiba di Basovizza

 

Capitolo: Il Silenzio della Pietra – La Foiba di Basovizza e le Ferite del Confine Orientale

Tra le pieghe della roccia carsica, dove l’acqua ha scolpito nel tempo profonde voragini e fiumi sotterranei, si cela una storia che ancora oggi ci costringe a fermarci, ascoltare e ricordare. Il progetto Sulle Vie dell’Acqua approda qui, sull’altopiano del Carso triestino, per raccontare non solo una geografia, ma una ferita profonda del Novecento italiano: le foibe, in particolare la Foiba di Basovizza, simbolo delle tragedie che seguirono la Seconda Guerra Mondiale.

Un paesaggio di pietra e silenzio

Il Carso è una terra fatta di vento e pietra, scolpita da millenni di erosione idrica. Le sue cavità naturali, note come foibe, erano fino alla prima metà del Novecento parte integrante del paesaggio, note ai geologi e agli speleologi, ma poco conosciute al grande pubblico. Si trattava di abissi naturali, spesso profondi decine o centinaia di metri, creati dall’azione incessante dell’acqua sul calcare. In passato venivano utilizzate dagli abitanti come discariche o per lo smaltimento delle carcasse animali. Nessuno poteva immaginare che quelle fenditure del suolo sarebbero diventate, nel tempo, tombe collettive.

Foibe: dalla geologia alla tragedia

Nel corso del Novecento, e in particolare durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, le foibe divennero teatro di una delle pagine più oscure della storia italiana. Alla fine del conflitto, tra il 1943 e il 1947, nel contesto drammatico della dissoluzione dell’Impero fascista, dell’occupazione tedesca e dell’avanzata partigiana jugoslava, migliaia di italiani – civili e militari, funzionari pubblici, poliziotti, membri della borghesia e semplici cittadini – furono vittime di una violenta epurazione etnica e politica condotta dalle forze di Tito. Molti vennero arrestati, torturati e infine gettati vivi o già morti nelle profondità delle foibe.

La Foiba di Basovizza

Tra tutte, la Foiba di Basovizza è diventata il simbolo per eccellenza di questo orrore. Si trattava in origine di un pozzo minerario artificiale, scavato per l’estrazione del carbone e ormai in disuso al termine della guerra. Nel maggio del 1945, durante i quaranta giorni di occupazione jugoslava di Trieste, il sito fu trasformato in luogo di esecuzione. Le truppe di Tito arrestarono centinaia di persone: non solo militari del disciolto esercito italiano, ma anche poliziotti, funzionari pubblici e semplici civili. Molti di loro non fecero mai ritorno: furono caricati su camion, portati fino al bordo dell’abisso e spinti giù, spesso dopo essere stati seviziati, legati con filo di ferro e costretti in catene umane. Bastava una raffica di mitra per farli precipitare insieme nel vuoto.

I numeri dell’orrore

Ancora oggi è difficile stabilire con esattezza il numero delle vittime. I calcoli più attendibili si basano sulla differenza di profondità del pozzo prima e dopo le esecuzioni. Si stima che nella sola Foiba di Basovizza possano trovarsi i resti di oltre duemila persone. Anche ammettendo un margine di errore, la cifra rimane agghiacciante. A rendere il tutto ancora più inquietante è il fatto che molte delle persone gettate nella foiba erano ancora vive: le loro urla riecheggiavano tra le pareti di roccia, trafiggendole come un’eco di dolore destinata a durare nel tempo.

Un luogo della memoria

Per anni, la vicenda delle foibe è rimasta ai margini della narrazione pubblica italiana. Il silenzio avvolse Basovizza, così come tante altre cavità carsiche, fino a quando la pressione dell’opinione pubblica – e delle famiglie delle vittime – spinse alla riscoperta e alla tutela del sito. Nel 1959 fu chiusa l’imboccatura del pozzo, ma solo nel 1992 la Foiba di Basovizza venne ufficialmente dichiarata Monumento Nazionale. Un gesto tardivo, ma fondamentale per restituire dignità storica e memoria alle vittime.

Il Sacrario e il Centro di Documentazione

Nel 2007 è stato completato il nuovo assetto del Sacrario di Basovizza, un complesso semplice ma solenne, in cui la pietra carsica e il metallo si fondono in uno spazio di raccoglimento e riflessione. Accanto al monumento sorge oggi il Centro di Documentazione, realizzato in collaborazione con la Lega Nazionale e il Comune di Trieste, dove è possibile conoscere nel dettaglio le vicende storiche, le testimonianze dei sopravvissuti, i documenti raccolti negli anni.

Lì, le voci soffocate ritrovano parola. I nomi senza tomba trovano almeno una storia da raccontare.

Un dolore condiviso, una memoria comune

La Foiba di Basovizza è oggi meta di pellegrinaggi civili e religiosi, momento di incontro per le comunità degli esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, che qui ricordano non solo i morti, ma anche l’abbandono delle terre natie, la perdita della casa, l’esilio. È un luogo che unisce dolore privato e riflessione pubblica, un simbolo di quella frontiera orientale italiana che ha conosciuto guerre, occupazioni, migrazioni forzate e conflitti identitari. Un luogo dove la pietra non è più solo natura, ma memoria.

Tra pietre e fiumi: il nostro cammino nella storia

Il nostro viaggio Sulle Vie dell’Acqua” tocca qui il suo momento più drammatico. Non ci sono fiumi visibili a Basovizza, ma nel cuore del Carso scorrono acque invisibili che modellano il paesaggio da millenni, come la storia ha modellato le vite di chi lo ha abitato. E come quelle acque, la memoria continua a scorrere, nascosta e potente. La Foiba di Basovizza ci ricorda che la geografia non è mai neutra: ogni pietra, ogni anfratto, può diventare teatro della storia.

Ricordare significa restituire volto e voce a chi è stato ridotto al silenzio. Significa camminare tra le pietre, ascoltare il racconto dei fiumi sotterranei e lasciarsi attraversare dalla consapevolezza che la pace è fragile e la memoria, se condivisa, è l’unica vera forma di giustizia.

La Foiba di Basovizza - LEGA NAZIONALE










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